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Edizione nº 122

L’uomo che seguiva i propri sogni


L’uomo che seguiva i propri sogni
     Sono nato nella Clinica San Giuseppe, a Rio de Janeiro. Fu un parto piuttosto complicato, e così mia madre mi dedicò al santo, chiedendogli di aiutarmi a vivere. Giuseppe è divenuto un riferimento per la mia vita, e dal 1987, l’anno seguente al mio pellegrinaggio a Santiago de Compostela, organizzo una festa per celebrarlo, il giorno 19 marzo. Invito gli amici, persone lavoratrici ed oneste, e prima di cenare preghiamo insieme per tutti quelli che cercano di agire sempre con dignità. Preghiamo anche per coloro che si trovano disoccupati, senza alcuna prospettiva per il futuro.
      Nella breve introduzione che faccio prima della preghiera, sono solito ricordare che, delle cinque volte che la parola “sogno” compare nel Nuovo Testamento, quattro si riferiscono a Giuseppe, il falegname. In tutti questi casi, un angelo cerca di convincerlo a fare esattamente il contrario di quanto era programmato.
      L’angelo gli chiede di non abbandonare la moglie, anche se è incinta. Egli avrebbe potuto dire qualcosa sul tipo “che cosa penseranno i vicini”. Ma torna a casa e crede alla parola rivelata.
      L’angelo lo manda in Egitto. E la sua risposta sarebbe potuta essere: “ormai mi sono stabilito qui come falegname, ho la mia clientela, non posso lasciare tutto ora. Eppure, raduna i propri averi e parte verso l’ignoto.
      L’angelo gli chiede di lasciare l’Egitto. E Giuseppe avrebbe potuto pensare di nuovo: “proprio ora che sono riuscito a stabilizzare nuovamente la mia vita, e che ho una famiglia da mantenere?”
     Contrariamente a ciò che detta il senso comune, Giuseppe segue i suoi sogni. Sa di avere un destino da compiere che è il destino di quasi tutti gli uomini su questo pianeta: proteggere e mantenere la sua famiglia. Come milioni di Giuseppe anonimi, egli cerca di adempiere a quel compito, pur dovendo fare cose che oltrepassano di gran lunga la sua comprensione.
      In seguito, tanto la moglie come uno dei suoi figli si trasformano nei grandi riferimenti del Cristianesimo. Il terzo pilastro della famiglia, l’operaio, viene ricordato solo nei presepi di Natale, o da coloro che hanno per lui una devozione speciale, come nel mio caso, e come nel caso di Leonardo Boff, per il quale ho scritto la prefazione di un suo libro sul falegname.
      Riproduco ora parte di un testo dello scrittore Carlos Heitor Cony (spero che sia proprio suo, perché l’ho scoperto in internet!): “Continuamente ci si stupisce che, dichiarandomi io agnostico, non accettando l’idea di un Dio filosofico, morale o religioso, sia devoto di alcuni santi del nostro calendario tradizionale. Dio è un concetto o un’entità troppo distante per le mie risorse e persino per le mie necessità. I santi invece, poiché sono stati terreni, con le stesse basi di argilla di cui sono fatto io, meritano più che la mia ammirazione. Meritano persino la mia devozione.
     “San Giuseppe è uno di loro. I Vangeli non riportano una sola parola sua, soltanto atti, e un riferimento esplicito: "vir justus". Un uomo giusto. Poiché si trattava di un falegname, e non di un giudice, se ne deduce che Giuseppe era soprattutto un buono. Buono come falegname, buono come sposo, buono come padre di un giovane che avrebbe diviso la storia del mondo.”
     Belle parole, queste di Cony. Eppure io, spesso, leggo aberrazioni sul tipo: “Gesù andò in India a imparare dai maestri dell’Himalaya”. Per me, ogni uomo può rendere sacro il compito che gli è dato dalla vita, e Gesù apprese mentre Giuseppe, l’uomo giusto, gli insegnava a fare tavoli, sedie, letti.
      Nel mio immaginario, amo pensare che il tavolo su cui Cristo consacrò il pane e il vino doveva essere stato fatto da Giuseppe – perché lì c’era la mano di un falegname anonimo, che si guadagnava da vivere con il sudore della fronte e, proprio per questo, permetteva che i miracoli si manifestassero.
 
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