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La prossima settimana celebreremo (25 luglio) il giorno di San Giacomo di Compostela. L’anno scorso, ho rifatto il pellegrinaggio insieme a mia moglie, per celebrare i miei vent’anni dal Cammino.
Mi ricordo di un pomeriggio in cui, seduto in un giardino di Leon, guardavo il fiume che scorre.
Accanto a me, Christina – mia moglie – sta leggendo un libro. In Europa comincia la primavera, ormai possiamo rimettere in valigia i maglioni. Abbiamo viaggiato in auto tutti questi giorni, passando per alcuni luoghi che hanno segnato le nostre vite (Christina ha fatto il Cammino di Santiago nel 1990). Pur avendo viaggiato senza fretta, abbiamo percorso 500 km in meno di una settimana.
Acqua minerale. Caffè.
Persone che conversano, persone che camminano.
Persone che prendono anch’esse il caffè e l’acqua minerale.
Allora torno indietro nel tempo di vent’anni, a un pomeriggio di luglio o agosto del 1986, un caffè, un’acqua minerale, persone che conversano e camminano – solo che stavolta lo scenario sono le pianure che si stendono dopo Castrojeriz, il mio compleanno si sta avvicinando, sono uscito da Sant Jean Pied-de-Port già da un po’ di tempo, e mi trovo poco oltre la metà della strada che conduce a Santiago de Compostela.
Velocità dell’andatura: 20 km al giorno.
Guardo davanti a me, il paesaggio è monotono: anche la guida sta bevendo il suo caffè in un bar che sembra sorto dal nulla. Guardo dietro di me, lo stesso paesaggio monotono, con l’unica differenza che la polvere del suolo reca le impronte delle suole delle mie scarpe – ma è solo questione di tempo, il vento le cancellerà prima che sia scesa la sera.
Tutto mi sembra irreale.
Che sto facendo qui? Questa domanda continua ad accompagnarmi, anche se sono ormai passate varie settimane.
Sto cercando una spada. Sto compiendo un rituale di RAM, un piccolo ordine all’interno della Chiesa Cattolica, senz’altri segreti o misteri se non il tentativo di comprendere il linguaggio simbolico del mondo. Sto pensando che sono stato ingannato, che la ricerca spirituale non è altro che una cosa senza senso o logica, e che sarebbe stato meglio rimanere in Brasile, ad occuparmi delle cose di cui mi occupo sempre.
Sto dubitando della mia sincerità in questa ricerca perché è molto faticoso cercare un Dio che non si mostra mai, pregare alle ore giuste, percorrere cammini strani, mantenere una certa disciplina, accettare ordini che mi sembrano assurdi.
Si tratta di questo: dubito della mia sincerità. In tutti questi giorni Petrus ha detto che il cammino è di tutti, delle persone comuni, il che mi lascia piuttosto disilluso. Io pensavo che tutto questo impegno mi avrebbe dato un posto di rilievo tra i pochi eletti che si avvicinano ai grandi archetipi dell’universo. Pensavo che avrei finalmente scoperto quanto siano vere tutte le storie sui governi segreti di saggi nel Tibet, sulle pozioni magiche capaci di suscitare amore là dove non c’è attrazione, di rituali in cui all’improvviso le porte del Paradiso si aprono.
Ma quello che Petrus mi dice è esattamente il contrario: gli eletti non esistono. Tutti sono prescelti se, invece di domandarsi “che cosa sto facendo qui”, decidono di fare qualcosa che risvegli l’entusiasmo nel loro cuore. È nel lavoro con entusiasmo che risiede la porta del paradiso, l’amore che trasforma, la scelta che ci porta a Dio.
È questo entusiasmo che ci mette in connessione con lo Spirito Santo, e non le centinaia, le migliaia di letture dei testi classici. È la volontà di credere che la vita è un miracolo che permette ai miracoli di accadere, e non i cosiddetti “rituali segreti” o gli “ordini iniziatici”. Insomma, è la decisione dell’uomo di compiere il proprio destino che lo fa essere realmente un uomo – e non le teorie che egli elabora intorno al mistero dell’esistenza.
E ora sono qui. Poco oltre la metà del cammino che mi conduce a Santiago de Compostela. Se le cose sono tanto semplici come dice lui, perché questa avventura inutile?
In questo pomeriggio a Leon, nel lontano 1986, io non so ancora che tra sei o sette mesi scriverò un libro su questa mia esperienza, che già procede accanto alla mia anima il pastore Santiago in cerca di un tesoro, che una donna chiamata Veronika si accinge ad ingerire alcune pillone nel tentativo di suicidarsi, che Pilar arriverà davanti al fiume Piedra e scriverà, piangendo, il suo diario.
Tutto quel che so è che sto facendo questo assurdo e monotono Cammino. Non esistono né fax né cellulare, i rifugi sono pochi, la mia guida sembra continuamente irritata, e io non ho modo di sapere che cosa sta succedendo in Brasile.
Tutto quel che so in questo momento è che sono teso, nervoso, incapace di conversare con Petrus, perché mi sono appena reso conto che non posso piú riprendere a fare ciò che facevo prima – anche se ciò significa rinunciare a una discreta somma di denaro alla fine del mese, a una certa stabilità emotiva, a un lavoro che ormai conosco e del quale domino alcune tecniche. Ho bisogno di cambiare, di proseguire verso il mio sogno, un sogno che mi sembra puerile, ridicolo, impossibile da realizzare: diventare lo scrittore che segretamente ho sempre desiderato essere, senza averne mai il coraggio.
Petrus finisce di bere il suo caffè, la sua acqua minerale, mi chiede di pagare il conto e di rimetterci subito in cammino, perché mancano ancora alcuni chilometri fino alla prossima città. Le persone continuano a passare e a conversare, a guardare con la coda dell’occhio i due pellegrini di mezza età, pensando che c’è tanta gente strana a questo mondo, sempre pronta a tentare di rivivere un passato che ormai è morto (*). La temperatura deve aggirarsi sui 27o C perché è pomeriggio inoltrato, e io mi domando silenziosamente, per la millesima volta, se non avrò preso la decisione sbagliata.
Volevo forse cambiare? Penso di no, ma in fin dei conti questo cammino mi sta trasformando. Volevo conoscere i misteri? Penso di sí, ma il cammino mi sta insegnando che i misteri non esistono, che – come diceva Gesú Cristo – non vi è nulla di occulto che non sia stato rivelato. Insomma, tutto sta avvenendo esattamente al contrario di quanto io mi aspettavo.
Ci alziamo e cominciamo a camminare in silenzio. Sono immerso nei miei pensieri, nella mia insicurezza, e Petrus starà pensando – immagino – al suo lavoro a Milano. Si trova qui perché in qualche modo è stato obbligato dalla Tradizione, ma probabilmente spera che questa camminata finisca presto, per poter tornare a fare ciò che gli piace.
Camminiamo per quasi tutto il resto del pomeriggio senza parlare. Siamo isolati nella nostra convivenza forzata. Santiago de Compostela si trova piú avanti, e io non posso immaginare che questo cammino mi condurrà non solo a questa città, ma anche a tante altre città del mondo. Né io né Petrus sappiamo che questo pomeriggio, nella pianura di Leon, io sto camminando anche verso Milano, la sua città, dove arriverò quasi dieci anni dopo, con un libro intitolato “L’alchimista”. Io sto camminando verso il mio destino, tante volte sognato e altrettante volte negato.
Fra qualche giorno arriverò esattamente nel luogo dove oggi, vent’anni dopo, sto scrivendo queste righe. Sto camminando verso ciò che ho sempre desiderato, e non ho fede, né speranza, che la mia vita si trasformi.
Ma proseguo. In un futuro lontano, in uno dei bar dove passerò fra alcuni giorni, c’è già mia moglie seduta a leggere un libro, e ci sono anch’io, digitando questo testo su un computer che, qualche minuto dopo, lo invierà tramite internet al giornale su cui sarà pubblicato.
Sto camminando verso questo futuro – in questo pomeriggio d’agosto del 1986.
(*) nell’anno in cui feci il pellegrinaggio, solo 400 persone avevano percorso il Cammino di Santiago. Nel 2005, secondo statistiche non ufficiali, 400 persone passavano- ogni giorno – davanti al bar di cui si parla nel testo. |