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L’arrivo, il difficile arrivo. Quando si cammina poco, si ha voglia di tornare subito a casa, ma quando si cammina molto, sentiamo un desiderio immenso di continuare ad andare fino a cadere stremati dalla stanchezza.
Nel volo di ritorno in Brasile, mi sono ritrovato a pensare soltanto a cose assurde: una di queste era il bagaglio. Durante questi 90 giorni in viaggio, festeggiando i vent’anni dal mio pellegrinaggio sul Cammino di Santiago, ho fatto la valigia 44 volte. E altrettante l’ho disfatta – ossia, per 88 volte sono stato lì ad aprire e chiudere la stessa zip, a guardare quello che avevo portato, domandandomi se mancasse qualcosa o se non avessi esagerato nel numero di magliette e di calze.
Certo, dovrebbero esserci cose più interessanti a cui pensare, ma il mio cuore è vuoto.
Il mio cuore è totalmente vuoto in questo momento, mentre guardo la spiaggia di Copacabana. L’unica cosa che riesco a fare è contemplare la mia terra, l’oceano, sentire di nuovo le persone che parlano portoghese, gioire del fatto di calpestare il suolo su cui sono nato, e nello stesso tempo lasciarmi trasportare da questa misteriosa sensazione di essere un estraneo per me stesso.
“Questo è brutto”.
Al che rispondo: questo va benissimo. Soltanto dei cuori veramente vuoti possono essere colmati con cose nuove. E dopo tutto questo viaggio che mi ha portato nei quattro continenti, il fatto che stia pensando solo a quante volte ho fatto e disfatto la valigia non è un vero e proprio problema. Il mio cuore si riempirà di tutto quello che ho vissuto; ma per questo ho bisogno di tempo, e non intendo accelerare questo processo.
Quando, nel 1986, ho terminato il cammino di Santiago, sono rimasto sei mesi a Madrid, provando la stessa sensazione. Ci sono abituato, e questo non mi spaventa, perché so che a un certo punto comprenderò ciò che ho appena vissuto. Questa è la decisione che ho preso in qualche momento della mia vita e sulla quale devo puntare tutto: le risposte si presenteranno nella misura in cui sarò convinto che nulla avviene per caso, che tutto ha un senso.
Ogni studente di filosofia conosce l’ateismo presente nell’opera del filosofo francese Jean-Paul Sartre. Pochi conoscono un breve testo da lui scritto in “Le Parole”:
“Ho avuto bisogno di Dio. Egli mi è stato dato, e io l’ho ricevuto senza comprendere bene ciò che stavo cercando. Allora – giacché il mio cuore non gli ha permesso di mettere lì le sue radici -, Dio ha finito per morire dentro di me.
“Oggi, quando parlano di lui, io dico – come se fossi un vecchio che tenta di rivivere una vecchia fiamma: “Cinquant’anni fa, se non ci fosse stato un malinteso, se non ci fossero stati certi equivoci, se non ci fosse stato l’accidente che ha finito per separarci, noi due avremmo avuto una bella storia d’amore”.
In questo momento sto tentando di avere una storia d’amore con la Divinità.
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