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Edizione nº 97

Il vaso di Pandora


Il vaso di Pandora

     Nella stessa mattina, tre segnali provenienti da continenti diversi: un messaggio elettronico del giornalista Lauro Jardim, che chiede di confermare alcuni dati su una nota che mi riguarda e menziona la situazione a Rocinha, Rio de Janeiro. Una telefonata di mia moglie, che è appena arrivata in Francia: ha fatto un viaggio con una coppia di amici francesi per mostrare loro il nostro paese, e i due sono tornati spaventati, delusi. Infine, il giornalista che viene a intervistarmi per una televisione russa: è vero che nel suo paese sono morte più di mezzo milione di persone assassinate, fra il 1980 e il 2000?
     Certo che non è vero, rispondo.
     Ma lo è: mi mostra i dati di un “istituto brasiliano” (per la verità, l’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica, uno dei più rispettati del Brasile).
     Io sto zitto. La violenza nel mio paese attraversa gli oceani, le montagne, e arriva fino in questo luogo nell’Asia Centrale. Che dire?
     Dire non basta, perché le parole che non si trasformano in azione “portano la peste”, come diceva William Blake. Io ho tentato di fare la mia parte: ho creato un istituto, insieme con due persone eroiche, Isabella e Yolanda Maltarolli, abbiamo cercato di dare educazione, affetto, amore, a 360 bambini della favela Pavão-Pavãozinho. So che in questo momento ci sono migliaia di brasiliani che fanno molto di più, lavorando in silenzio, senza aiuti ufficiali, senza appoggi privati, solo per non lasciarsi dominare dal peggiore dei nemici: la disperazione.
     Qualche volta, ho pensato che se ciascuno facesse la propria parte, le cose cambierebbero. Ma stasera, mentre contemplo le montagne ghiacciate alla frontiera con la Cina, ho qualche dubbio. Forse, anche se ciascuno fa la propria parte, è ancora vero quel detto che ho appreso da bambino: “contro la forza non ci sono argomentazioni.”
     Guardo di nuovo le montagne, illuminate dalla luna. Ma davvero contro la forza non ci sono argomentazioni? Come tutti i brasiliani, ho tentato, ho lottato, mi sono sforzato di credere che un giorno la situazione sarebbe migliorata, ma ogni anno che passa le cose sembrano più complicate, indipendentemente dai governanti, dai partiti, dai piani economici, o dalla loro assenza.
     La violenza l’ho già vista in ogni angolo del mondo. Mi ricordo che una volta, in Libano, subito dopo la guerra devastante, camminavo fra le macerie di Beirut con un’amica, Söula Saad. Lei mi diceva che la sua città era già stata distrutta sette volte. Le domandai, in tono scherzoso, perché non desistevano dal ricostruirla e non si trasferivano altrove. “Perché è la nostra città”, mi rispose. “Perché un uomo che non onora la terra dove sono sepolti i suoi antenati, sarà maledetto per sempre.”
     L’essere umano che non onora la propria terra, non onora se stesso. In uno dei classici miti greci della creazione, uno degli dei, infuriato perché Prometeo aveva rubato il fuoco e con ciò aveva dato indipendenza all’uomo, invia Pandora perché sposi suo fratello, Epimeteo. Pandora porta con sé un vaso, che le è stato proibito di aprire. Ma, proprio come Eva nel mito cristiano, la sua curiosità è più forte: alza il coperchio per vedere che cosa contiene, e in quel momento tutti i mali del mondo ne escono fuori e si diffondono per la terra.
     Solo una cosa rimane dentro: la Speranza.
     Allora, malgrado tutte le parole contrarie, malgrado tutta la mia tristezza, la mia sensazione di impotenza, malgrado in questo momento io sia quasi convinto che non migliorerà niente, non posso perdere l’unica cosa che mi mantiene vivo: la speranza – questa parola su cui tanto ironizzano gli pseudointellettuali, che la considerano un sinonimo di “inganno.” Questa parola tanto manipolata dai governi, che promettono sapendo che non rispetteranno e dilacerano ancora di più il cuore delle persone. Questa parola spesse volte si trova con noi al mattino, viene ferita nel corso della giornata, muore all’imbrunire, ma risuscita con l’aurora.
     Sì, c’è il proverbio: “contro la forza non ci sono argomentazioni”
     Ma c’è anche il proverbio: “finché c’è vita c’è speranza”. E io mi attengo a questo, mentre guardo le montagne innevate alla frontiera con la Cina.

 

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